Prostrato dalla stanchezza e dalla malattia, fratel Ettore ha terminato la sua esistenza il 20 agosto 2004.

 

L’Arcivescovo di Milano, Cardinale Tettamanzi, celebrando la Messa d’esequie si è fatto interprete del “dolore di coloro che, ricevendo attenzione e stima nella loro povertà ed emarginazione, si sono sentiti riscattati, affermati nella loro dignità, esaltati nella loro nobiltà umana, riconosciuti nei loro diritti sacrosanti”.

 

Fratel Ettore

Dove il disagio umano nascondeva il suo volto più dolente, o anche solo più fastidioso, lui c’era sempre. Lui, fratel Ettore, con la croce fiammeggiante dei Camilliani sulla tonaca sdrucita, ha dedicato la vita ai poveri e ai diseredati, ai quali dava cibo, un letto, vestiti, medicine. Ma soprattutto restituiva loro la dignità di esseri umani, attraverso il dono dell’Amore.

 

Non era facile trovarlo neanche nella sua Milano, città adottiva. È facile pensare che avesse un gemellaggio con il vento, che non sai “da dove venga e dove vada”. Come il vento anche lui era un po’ inafferrabile. Solo il suo passaggio era segnato da una particolare presenza, ben visibile anche a distanza. Alta, sul tetto della sua modesta macchina, come la bandiera di un esploratore, di un conquistatore, c’era la bianca immagine della Madonna di Fatima attorniata di vasi di fiori. Si muovevano sempre insieme, vivevano in sintonia e credo che lui non facesse nulla, proprio nulla, senza il suo comando o il suo consenso.

 

E quando doveva salire su un aereo per un pellegrinaggio, se la prendeva in braccio. Incontrandolo provavi sorpresa, stupore e tenerezza: il figlio che porta la madre! Una madre così giovane e bella che l’amore gli suggeriva non solo di non lasciarla mai sola, ma anche di portarla incontro a tutti, perché ogni uomo se ne innamorasse. E l’accarezzava e le parlava come se fosse viva. Non avevi l’impressione che portasse una statua, ma una persona.

 

Per circa trent’anni è stato il simbolo, anzi l’artefice di una “solidarietà impossibile” verso i più diseredati, i più abbandonati ed emarginati dalla società. Solidarietà fraterna, attenzione amorosa, tenerezza materna. Si trattava di gesti così incredibili nella loro bellezza che, alle volte, gli stessi disperati stentavano a crederci. Questo era fratel Ettore, il padre dei barboni, dei poveracci e dei dementi.


(da un articolo di Chiaffredo Peyrona)